Sabores

Viaggio nei sapori della memoria

19 Marzo 2007

DOP SÍ O DOP NO?

Un intervento del signor Cristiano Piergiovanni, titolare dell’Azienda Agricola “TIMPA DEI LUPI” a  Corigliano Calabro (CS),  mi consente di fare alcune considerazione sui problemi che riguarda l’olio extravergine. Il signor Piergiovanni  parte da una premessa, pone una domanda e si dà anche la risposta.
Parte dal fatto che le DOP esistono ormai da un tempo sufficiente a valutare quale utilità esse abbiano avuto, per le aziende ai fini commerciali e per i consumatori ai fini della garanzia della tracciabilità e della tutela della qualità. Si domanda se questa funzione sia stata assolta e conclude le sue considerazioni con una risposta di carattere in parte negativo e in parte positivo. Utili e commercialmente valide solo dove il richiamo della zona (es.Garda o Terre di Siena) è già molto forte, prive di un effettivo ritorno in altre zone più defilate e meno note come, ad esempio, l’Alto Crotonese o l’Appennino Daunio. Si tratta di opinioni che possono anche venir condivise senza particolare difficoltà, non prima di aver sottolineato che anche la Liguria al nord, l’Umbria al centro e la zona del Gargano a sud, sicuramente avvantaggiatasi, oltre che per le indubbie qualità del prodotto anche per la rinomaza turistica del territorio. Quella che dà adito a qualche dubbio e che non è completamente condivisibile in maniera così decisa è però la conclusione, dove, forse con una eccessiva foga polemica individua il capro espiatorio di turno nella figura dei consorzi-carrozzone.
In realtà il discorso è alquanto più articolato e, per andare alla ricerca di un po’ più di chiarezza, varrebbe forse la pena di partire dall’inizio, nel rispetto, è ovvio, del necessario bisogno di sintesi che rispondere ad un post impone di rispettare, rimandando a una successiva auspicabile occasione la possibilità e l’opportunità, di aprire un dialogo più ampio e a più voci sulle diverse problematiche.
Indubbiamente quando nel 1992 la Comunità Europea ha creato il sistema delle DOP e de IGP, le premesse apparivano favorevoli per una possibile risoluzione dei problemi di commercializzazione che fino ad allora, un po’ dovunque, avevano caratterizzato il settore degli oli di ottima qualità. Successivamente i risultati non si sono dimostrati pari alle attese per un complesso di ragioni, che andrebbero analizzate con attenzione, non generalizzando, ma prendendo in esame situazioni specifiche di zone ben individuate. Probabilmente l’eccesso di entusiasmo ha portato, almeno inizialmente, alla registrazione di un numero di DOP superiori rispetto alla capacità di assorbimento del mercato. Il successivo calo delle richieste di registrazione lascia evidentemente intravedere non pochi ripensamenti e qualche delusione di troppo. Deve essere anche chiaro che l’introduzione della DOP non avrebbe potuto, da solo e automaticamente, incidere in modo determinante sul miglioramento della commercializzazione. Sarebbe stata necessaria, ed è tuttora necessaria e indispensabile un’azione di comunicazione e di promozione, integrata e realizzata a diversi livelli di responsabilità. È necessario programmare tutta una serie di campagne nazionali multiprodotto, che spieghino ai consumatori, con la massima chiarezza possibile, il significato delle certificazioni, ma a livello locale è altrettanto necessaria una sinergia che veda uniti comuni, province e regioni in una promozione equilibrata e organica del territorio. Lei fa l’esempio, non completamente positivo, dell’Appennino Dauno, ma, dopo avere ricordato che il territorio della provincia di Foggia è diviso in quattro sottozone, Gargano, Alto Tavoliere, Subappennino e Basso Tavoliere, e dopo aver messo in evidenza i risultati accettabili del Gargano, dovuti certamente alla sua notorietà di zona turistica, anche in questo caso è necessario che gli Enti Locali e la Camera di Commercio intervengano massicciamente a livello di immagine e di comunicazione in favore delle zone non meno belle, ma certo più defilate e meno conosciute, ugualmente ricche di un extravergine di qualità organolettiche straordinarie. Naturalmente il quadro di interventi promozionali vedrà impegnati i singoli Consorzi, ma è chiaro che anche le stesse aziende dovranno fare la loro parte, ovviamente supportate dai rispettivi Consorzi per quanto riguarda la partecipazione a importanti manifestazioni nazionali e internazionali di settore, Concorsi e qualunque altra iniziativa possa rivelarsi utile a favorire la conoscenza e la commercializzazione del prodotto a DOP. Ho tuttavia l’impressione che la disponibilità finanziaria dei Consorzi non consenta loro interventi più efficaci di quelli finora attuati.
Ma c’è anche un altro aspetto non meno importante da prendere in considerazione, vale a dire l’adeguamento dei vari disciplinari alle nuove norme elaborate dal COI con riferimento all’esame organolettico degli extravergini e al Panel Test. In pratica, è stata adottata una scala di intensità continua, rappresentata da una linea di 10 cm., il cui vantaggio è rappresentato dal fatto che l’assaggiatore ha la possibilità di valutare l’intensità non più rispettando intervalli prefissati, ma in continuo. La forza della sensazione percepita coincide con la distanza del punto contrassegnato dall’esperto rispetto al punto di partenza, e rappresenta la misura dell’intensità dell’attributo. Si perviene in tal modo a un sistema di punteggi che consente a sua volta di raggiungere, finalmente, l’obiettivo al quale si mirava e cioè il trattamento statistico dei dati relativi alle intensità. In pratica ogni attributo, sia positivo che negativo, viene valutato sulla base del calcolo della cosiddetta “mediana”. Per poter essere classificato di categoria extravergine un olio dovrà avere ottenuto un valore di mediana maggiore di zero, per l’attributo fruttato, e valori di mediana uguali a zero per gli attributi negativi. Un olio verrà classificato come vergine quando, a parità di mediana del fruttato, i valori di mediana degli attributi negativi non siano superiori a 2,5. Per quanto riguarda il problema dell’affidabilità, questo risulta in base al calcolo del coefficiente robusto di variazione, non superiore al 20% per la mediana dei difetti e non superiore al 10% per la mediana del fruttato.
Questo adeguamento dei disciplinari comporterà una effettiva differenziazione tra i DOP migliori, i quali avranno l’opportunità per valorizzare e per descrivere le qualità più interessanti della loro specificità, e che potranno, in tal modo, occupare una più alta fascia di mercato, rispetto a quelli che, fino ad oggi, si sono differenziati solo per la possibilità che al consumatore è stata offerta di poter individuare la zona di produzione. Insomma, come non tutto l’extravergine in circolazione è sicuramente extravergine, così non tutti gli extravergini a DOP sono sicuramente eccelsi.
Non so se con queste poche righe  avrò risposto ai  dubbi del signor Piergiovanni, ma immagino di non essere  riuscito a fare gran che per "limare" il suo pessimismo. Vorrei, comunque,  augurarmi che, anche attraverso questo spazio e anche attraverso altre iniziative che possano venire individuate con la collaborazione dei produttori, sia possibile dare un ulteriore contributo per la conoscenza e per la promozione dell’olio extravergine. Aldilà di qualunque ragionevole pessimismo.

 
 

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10 Marzo 2007

Multinazionali farmaceutiche e mercificazione della vita

Che le società multinazionali “governino” ormai sempre più sfacciatamente il commercio mondiale, è ormai un dato di fatto fuori discussione. Ho usato il virgolettato per mettere in risalto quale e quanta sia la loro potenza, se oggi, direttamente o indirettamente, le scelte di politica economica dei vari stati, e della stessa UE, vengono condizionate dalla multinazionali. Vogliamo parlare delle multinazionali farmaceutiche? Nel 2003 ancora una volta le 10 più grandi imprese , Pfizer+Pharmacia, Glaxo Smith Kline, Merck & Co., Bristol-Myers Squibb, AstraZeneca, Aventis, Johnson & Johnson, Novartis, Wyeth, Eli Lilly si accaparravano un incredibile 58,4% del mercato farmaceutico mondiale, per un valore di 322 miliardi di dollari. Il capitolo sugli “Aspetti della Proprietà Intellettuale relativi al Commercio” (TRIPs) è stato preparato e praticamente imposto all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), con la conseguente brevettabilità degli esseri viventi in tutto il mondo. Non solo vengono resi illegali la produzione e il commercio di farmaci generici, ma si arriva ad una vera e propria privatizzazione del patrimonio genetico e del sapere collettivo delle popolazioni indigene del sud, risorse gratuitamente a disposizione delle multinazionali che le sfruttano per produrre farmaci e incamerare guadagni. Ad esempio, ai danni del Messico si è consumato il cosiddetto “ICBG Zone Aride”. Si tratta di un accordo trilaterale che ha coinvolto il Giardino Botanico della UNAM, l’Università dell’Arizona, l’impresa Wyeth (la nona del mondo) e il governo degli Stati Uniti, che provvede al suo finanziamento ormai da un decennio. E sono stati proprio gli USA a proporre che, in base alla legge Speciale 301 degli Stati Uniti (rappresaglie commerciali), nella"lista prioritaria di paesi sotto osservazione" venisse incluso anche il Messico, responsabile, fra l’altro , proprio dell’aumento di approvazioni di farmaci generici. Stiamo parlando di  privilegi e diritti monopolistici di tutte quelle imprese che fanno parte del  PhRMA (Pharmaceutical Research and Manufacturers of America), un’associazione che esercita un peso politico su governi e organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Salute e l’OMC. Come si può facilmente comprendere, la possibilità di brevettare gli esseri viventi e i loro geni comporta un inaudito stravolgimento di valori e una mercificazione della stessa vita. Questi brevetti su organismi viventi, non solo geneticamente modificati, negli Stati Uniti e in Giappone possono già venire richiesti, come può essere richiesta la brevettabilità anche di un gene umano, semplicemente descritto pur senza averne ancora identificato la funzione.
Ma la stessa direttiva europea 98/44CE consente che geni viventi, quelli umani compresi, possano diventare oggetto di commercio e questo nonostante qualche cautela puramente fittizia e determinate condizioni necessarie per l’acquisizione di un brevetto. Da parte di una società americana si è arrivati a presentare richieste di brevetto per batteri pericolosi, come quello responsabile della meningite. E questo per garantirsi cospicue royalties, nella eventualità che da tali batteri si possano ricavare dei vaccini. È facile intuire, in tale evenienza,   quali livelli di prezzo potrebbe comportare il costo della cura. In un residuo sussulto di dignità, potremmo almeno tentare di domandare a noi stessi se tali modificazioni epocali, con il loro carattere ormai globale, possano venire tranquillamente abbandonati alla fredda logica del mercato?

 

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6 Marzo 2007

Extravergine. Concorsi e polemiche.

 

        

Inizia un nuovo anno, si preannunciano i primi concorsi e fioriscono le prime polemiche. Dico subito che le polemiche non servono a niente e che i concorsi hanno una loro importante funzione specifica di informazione e di promozione. Che poi il concorso non lo vincano  la canzone, o la miss, o il film, o il romanzo, o l’olio che raccoglievano le nostre preferenze, questo è un altro discorso. Un discorso scontato, che lasciamo subito perdere. Ovviamente in tutti questi concorsi sull’olio, aldilà dei soliti malumori, io ritengo che l’unico vero vincitore sia alla fine l’olio stesso, perchè è chiaro che nessuno può pensare di trovare il migliore in assoluto di qualcuno o di qualcosa attraverso un concorso, per quanto qualificata e autorevole possa essere la giuria degli esperti e per quanto agguerrita possa presentarsi la schiera dei partecipanti.
Ma perchè parlare di questo argomento proprio stamattina? Perchè questo post è stato sollecitato da un precedente messaggio inviato da Francesco Travaglini domenica 4 marzo, e intitolato  "Uomini, uominicchi e quaquaraquàt ".  In questo messaggio Travaglini parla di una manifestazione, nella quale verrà deciso  quali saranno i migliori extravergini DOP italiani. Nelle repliche qualcuno trovava eccessivo questo obiettivo e lamentava di non essere stato invitato e qualche altro, come al solito, lamentava valutazioni che, in qualche modo non lo trovavano d’accordo.
Scrivo per fare alcune precisazioni proprio sulla 5ª edizione del Concorso Nazionale per Oli Extravergini d’oliva Dop "Sirena dOro di Sorrento", la cui fase finale è prevista per il 17 marzo 2007. Non so se sia prassi che in questi casi i produttori vengano invitati uno per uno. Di solito, trattandosi di DOP, l’invito, come sottolineato da Travaglini, è stato sicuramente inviato ai vari Consorzi, i quali ne avrebbero dovuto informare i propri soci. Se questo non è accaduto si tratta di una non corretta comunicazione da parte dei Consorzi eventualmente inadempienti. Ma, a prescindere da questo, attraverso il web chiunque fosse interessato a partecipare ad un qualunque concorso potrebbe facilmente e rapidamente raccogliere tutte le relative informazioni. Ad esempio collegandoci a questo link potremo visualizzare il regolamento e scaricare la domanda di partecipazione del concorso di cui stiamo parlando. http://www.cittadellolio.it/pages/iniziative/dett_evento.asp?idEvento=56&idDettEvento=243. Dalle informazioni che ho raccolto mi sono fatto l’idea di una manifestazione di alto livello e organizzata con la massima professionalità. Se poi qualcuno è scontento dell’esito di questi concorsi, ha la soluzione a portata di mano. Non essendo obbligato a partecipare, non partecipa. E, in ogni caso, come chiaramente evidenziato in precedenza, non c’è scritto da nessuna parte, nemmeno nel regolamento, che l’obiettivo del "Premio Sirena d’Oro" sia quello di scegliere i migliori oli italiani delle varie categorie. Superflua, quindi, qualunque polemica su questo argomento.

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5 Marzo 2007

Le insidie della pausa pranzo.

Non di rado la pausa pranzo nasconde insidie tanto indesiderate quanto fastidiose. La pausa pranzo può venire difficilmente eliminata, ma, quanto a  insidie ed effetti collaterali , qualcosa da fare per prevenirli è possibile, risparmiandoci bruciori di stomaco, sonnolenza e, in genere, cattiva digestione, e, soprattutto, consumando un pasto veloce sì, ma allo stesso tempo ricco di vitamine e di sali minerali.

Siete ghiotti di salse e sughi elaborati? Il pane in cassetta vi attizza irresistibilmente? Davanti ad un vassoio di salumi perdete la testa, peggio che davanti agli appariscenti “accessori” di una bellissima donna? Dovete dimenticarvene!
Tramezzini, panini all’olio e pani speciali, di solito vengono prodotti con farine non di prima qualità e gli additivi si sprecano. Lasciateli perdere e scegliete del normalissimo pane comune, se possibile integrale. L’ideale, trovandolo, sarebbe quello veramente casereccio, prodotto con lievito madre, ma, in ogni caso, mai rinunciare al pane, apportatore di carboidrati, fibre vegetali, vitamine del gruppo B, ferro e altri minerali. Il pericolo si nasconde non tanto in cibi che da tutti vengono ormai sicuramente riconosciuti come “grassi”, ma in preparazioni e prodotti, che una subdola pubblicità tende a imporci, sempre più diffusamente, come “ultraleggeri. Il vero pericolo è rappresentato dai grassi “nascosti”, grassi saturi, purtroppo sempre più pericolosamente presenti in cibi solo in apparenza “innocenti”, ma, in realtà, in grado di elevare in modo vertiginoso il tasso di colesterolo nel nostro organismo e il rischio sempre più incombente di aterosclerosi e di conseguenti, più o meno gravi problemi cardiaci, senza che noi ne siamo nemmeno lontanamente a conoscenza.
Per dolci del tipo brioches e biscotti industriali il pericolo è addirittura doppio, perché, oltre ad essere di per sé grassi, questi prodotti possono contenere anche dei lipidi dannosi per l’organismo in quanto costituiti da oli vegetali idrogenati, utilizzati per conferire ai vari prodotti gusto e morbidezza particolari. Gli oli vegetali contengono in prevalenza grassi mono e polinsaturi, ad eccezione degli oli tropicali, la cui percentuale di grassi saturi è invece rilevante. Ma, a livello industriale, per prolungare la durata dei prodotti con i quali sono confezionati, mantenendone la freschezza e la morbidezza, e riducendo i costi di produzione, gli oli vegetali, attraverso un procedimento che aggiunge idrogeno (idrogenazione), e che modifica profondamente la struttura molecolare dell’olio stesso, vengono trasformati da liquidi in solidi, dando origine ai cosiddetti “trans”, con la conseguenza di far aumentare la quantità di lipoproteine a bassa densità (il colesterolo LDL), facendo contemporaneamente diminuire il livello di colesterolo “buono” (HDL), quello veicolato dalle lipoproteine ad alta densità. Sintetizzando. Tutti i grassi solidi a temperatura ambiente danneggiano la salute, senza distinzione di origine. E non facciamoci prendere in giro dalla cosiddetta “margarina biologica”, prodotta senza utilizzare grassi polinsaturi transidrogenati, ma resa solida con l’uso di oli tropicali, ricchissimi di grassi saturi, e, quindi, altrettanto nocivi per la nostra salute.
C’è, purtroppo, da sottolineare che Direttive e Regolamenti Comunitari non stanno facendo altro se non ridurre verso il basso la qualità dei prodotti alimentari. Questo, soprattutto, perché, essendo molto diversificato il livello di qualità previsto dalle normative nazionali dei Paesi aderenti all’UE, le autorità comunitarie trovano più semplice livellarlo verso il basso piuttosto che preoccuparsi di migliorarlo nell’interesse della salute dei consumatori e non in quello delle varie società multinazionali del settore. Da chi viene tutelato il consumatore? Il consumatore ha la convinzione che tutti gli oli vegetali siano benefici, ma le norme relative all’etichettatura non prevedono che venga specificato di quali grassi vegetali si tratta. Per gli oli inadatti alla frittura non è prevista nessuna indicazione contraria e, per quanto riguarda la ristorazione, non esiste nessuna norma che vieti il riutilizzo dell’olio di frittura. Fra tali e tante insidie, allora, come potersi difendere, o almeno cautelare?
Il segreto per un panino appetitoso e digeribile sta tutto nelle verdure e negli ortaggi, almeno nella misura del cinquanta per cento, integrati, ad esempio da un companatico proteico come il formaggio, meglio se fresco. Non sono da trascurare nemmeno i derivati della soia, come tofu e tempeh, ricchissimi di nutrienti. Cotte e crude le verdure apportano nell’organismo tutte quelle sostanze che, più di altre, favoriscono la digestione con il loro apporto di oligoelementi, di enzimi indispensabili e, soprattutto di fibra.
Un primo a base di pasta è l’ideale purchè si abbia il coraggio di rinunziare a sughetti e intingoli vari, che completerebbero il danno, trascinandovi ineluttabilmente verso una fatale, rovinosa “scarpetta” finale. Un filo di buon olio extravergine e una ragionevole spruzzata di parmigiano sono i condimenti ideali. Trovandolo,  potreste anche lasciarvi favorevolmente tentare da un sapido minestrone, a base di cereali come piselli, farro o riso. E come rinunciare a un bel piatto di verdure, cotte o crude, accompagnate da un pezzetto di formaggio, oppure, in alternativa, con del tofu o anche con un semplice, perfetto uovo alla coque! Se ne gioverebbero il nostro stomaco e il nostro intestino e l’apporto nutrizionale sarebbe quanto mai corretto ed equilibrato. Per dissetarci l’acqua naturale od oligominerale non gassata rappresenta la bevanda ideale. Le bibite disponibili sono preparate con ingredienti immancabili e poco amanti della salute del consumatore. Coloranti, zucchero, caffeina e additivi vari servono a rendere accattivanti bevande solo in apparenza dissetanti, ma che, in realtà contribuiscono solo a dilatare lo stomaco e a rendere più lunga e più faticosa la digestione. Personalmente eviterei succhi, tè e tisane varie, privilegiando, se possibile, un buon bicchiere di un vino giovane e “allegro”, bianco, rosso o rosato a seconda delle circostanze. Da evitare come la peste salatini vari, tartine, e tutti i fritti in genere, comprese le famigerate patatine, tanto invitanti quanto pericolosi per la nostra salute, almeno in un locale pubblico dove non ci è dato sapere di quali grassi abbiano fatto uso in cucina. Nella migliore delle ipotesi l’olio utilizzato è quello di semi, e non certo di arachidi, l’unico idoneo per le fritture (naturalmente solo secondo, dopo l’impareggiabile extravergine), ma nella peggiore, quanto più frequente delle evenienze sono sicuramente i perniciosissimi oli tropicali a farla ormai da padrone nelle cucine di mezzo mondo. Cocco, palma, salmisti e margarine varie ci attendono al varco per mettere a repentaglio la nostra colesterolemia e il nostro fegato. Evitiamo di lasciarci attirare da cibi, dolci e creme inclusi, che sono stati preparati con larghissimo anticipo e che andrebbero consumati al massimo nel giro di qualche ora, ma solo se ben conservati a temperature inferiori ai 10°.
Ed ora non ci rimane altro da fare se non goderci la nostra meritata pausa pranzo, più consapevoli dei rischi che possiamo correre e più preparati a fronteggiare le insidie che ci attendono al varco.
 
 
 
 
 

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3 Marzo 2007

Olzai. Dai tempi della memoria al futuro.


                  Olzai
“Costumanze e ricordi di Olzai” è un libro scritto da Pietro Meloni-Satta e  pubblicato a Cagliari dalla Società Tipografica Sarda nel 1913. L’autore, un medico appassionato di giornalismo e di storia della Sardegna, parlando di Olzai, il suo paese, ce ne offre un ritratto tanto ricco di amore, quanto di rigore storico. In quel periodo, se in Sardegna c’era un paese che potesse venir definito “intellettuale”, questo, per antonomasia, era proprio Olzai. Paese con parecchi laureati, tantissimi diplomati e pochissimi analfabeti. Uno dei primi Protomedici del Regno di Sardegna, titolo equivalente a quello di “Ministro della Salute” di oggi, è stato, in quel periodo, il medico Francesco Boi, che fu anche titolare della Cattedra di Anatomia e Istologia presso l’Università di Cagliari.
A Clemente Susini, famoso modellatore,che già nel 1773 entrò a lavorare nel laboratorio di ceroplastica del Museo di Fisica e Storia Naturale di Firenze, si devono le ventitrè cere anatomiche, custodite nella Cittadella Universitaria dei Musei dell’Università di Cagliari, rese possibili dalle dissezioni del Prof. Francesco Antonio Boi, e oggi rese anche interattive. È sufficiente, infatti, passare il mouse sulle aree attive per vedere le didascalie cambiare colore e viceversa.
Per ritornare all’inizio di questo post, nell’epoca in cui Pietro Meloni Satta visse, il paese di Olzai poteva vantare modernità e sviluppo, ricco com’era di una florida agricoltura, prodiga di ogni ben di Dio, dall’orzo, al grano, e alla frutta. L’artigianato locale si occupava della lavorazione dell’asfodelo, dal quale veniva ottenuto un po’ di tutto, cestini e corbe, in particolare, ma era importante anche la produzione di olio di lentischio, e più importante di tutte era sicuramente l’industria molitoria con ben tredici mulini in attività, più che sufficienti per soddisfare le esigenze di una società pastorale e contadina nel corso di tre secoli. Allora la via della transumanza passava da qui, e i pastori che, con le loro greggi, andavano e venivano tra Barbagia e Campidano, “Su Mulinu Vezzu”, il mulino-monumento nel rione sul rio “Bisìne”, se lo trovavano sulla loro strada. Immaginiamone l’importanza per la vita di quelle popolazioni. Ma quel mulino, come è stato ricordato in un precedente post, è rimasto vittima di quello che, un po’ da tutti, è stato ribattezzato l’unabomber nostrano, con la sua patologica, incendiaria follia.
Ma nessuna età dell’oro può durare in eterno e certe cose avevano inniziato ad andare male già ai tempi di Pietro Meloni Satta, l’autore del libro con cui questo post ha visto il proprio inizio. Il “Bisìne” era un ruscello-torrente dal quale il paese veniva diviso in due, e le sue acque limpide, che venivano giù vorticose dalle montagne di Ollolai, oltre che a far girare le ruote dei mulini, servivano anche per irrigare orti e giardini, e, purtroppo, anche per farci il bucato, pratica che già stava minacciando la purezza del “Bisìne”, tanto da costringere il Prefetto ad emanare una specifica ordinanza di divieto di questa consuetudine ormai consolidata. Ma anche ben altri erano i malanni denunciati da Pietro Meloni Satta. Non veniva più praticata la florida coltivazione dei gelsi e il numero dei telai, un tempo ce n’era uno in ogni famiglia, era progressivamente diminuito. La gente iniziava a seguire le indicazioni della moda e venivano preferite le stoffe moderne, forse più belle a vedersi, ma sicuramente anche più facilmente soggette all’usura. E così pare che sia stato proprio Olzai il primo paese della Sardegna nel quale sia stato abbandonato dalle donne il costume tradizionale, con grande soddisfazione delle donne del popolo che, già nell’800, cercavano di imitare il modo di vestire delle “signore”.
Accennando alle personalità che hanno reso illustre la storia di Olzai, abbiamo parlato del valentissimo prof. Francesco Antonio Boi, ma non è possibile dimenticare il nome dell’artista, pittore e incisore, Carmelo Floris, che, insieme a Melis Marini, Biasi, Delitala e Dessì, è stato protagonista di quella generazione di maestri del “bianco e nero” che hanno dato vita a un movimento culturale fra i più importanti per la Sardegna del Novecento e per l’arte italiana, in generale. Carmelo Foloris era nato a Bono, ma dopo la morte del padre la sua famiglia si era trasferita ad Olzai e il giovane Carmelo Floris, terminati a Nuoro gli studi classici,nel 1909 si trasferì a Roma, dove frequentò la “Libera Accademia del Nudo”, avendo così modo di avvicinarsi al clima del "modernismo" e dove ebbe la possibilità di frequentare il pittore e ceramista Melkiorre Melis, del quale divenne anche amico.
 Ed altri ancora sono i personaggi illustri di Olzai, che può vantare anche uno dei primi deputati del Partito Popolare, e il primo segretario del Partito Comunista in Sardegna.

        Casa-Museo
   di Carmelo Floris
Ma Olzai non può vantare solo la presenza di personaggi illustri. Il paese può esibire orgogliosamente anche altre importanti ricchezze, come, ad esempio, i numerosi siti archeologici di cui il territorio è ricco. Reperti che risalgono al prenuragico e al nuragico, come il dolmen di “S’Ena ‘e sa Vacca” e il “Nuraghe Puddu”, ma anche le rovine del castello medievale sul Monte Gulana, imponenti e suggestive. Al cosiddetto anonimo “Maestro di Olzai” si deve il “Retablo della Pestilenza”, uno splendido polittico del XV secolo, realizzato nella chiesetta di Santa Barbara. E un altro Retablo non meno bello, e detto “Della Sacra Famiglia”, è custodito nel presbiterio della chiesa di Sant’Anastasio. Come dimenticare, infine, la Casa-Museo di Carmelo Floris, anch’essa purtroppo oltraggiata dai danneggiamenti dei soliti imbecilli, ignoranti e fuori d testa!
      
          Santa Barbara
 "Retablo della Pestilenza"
L’incendio dell’antico mulino lascia sbigottiti e sgomenti per la inspiegabile vigliaccheria di un atto che danneggia l’immagine e l’economia di tutto un paese, macchiandone la storia. Ma, fortunatamente, Olzai non è solo “passato”. Il rapporto fra popolazione e laureati è del 7%, uno dei più alti in Sardegna e nel settore dell’allevamento ovino alcune fra le più innovative aziende della Sardegna operano proprio qui. In paese è attivo il volontariato, tanto quello della “Croce Azzurra”, quanto quello dell’Associazione Culturale “Kèrylos”, che ha preso il proprio nome da quello del gabbiano maschio, immortalato in una indimenticabile  lirica del poeta greco Alcmane. Associazione che, fra tutte le altre benemerite iniziative, ha dato vita al progetto “Gioventù con l’Europa”, incentrato su tutta una serie di interscambi, che hanno consentito a ragazzi e ragazze di Olzai di varcare le Alpi , “perché”, come dice il presidente dell’Associazione Giangavino Murgia, “ per crescere e conservare la nostra identità dobbiamo conoscere e confrontarci con quella degli altri».

                   Chiesa di Santo Anastasio
                 "Retablo della Sacra Famiglia"
                       (Ft. Donatello Tore)

E, mentre nell’800 le donne di Olzai avevano abbandonato il costume tradizionale per vestire “alla moderna” oggi sul Monte di Gonare, alle spalle di Olzai, la magia profumata delle notti settembrine accoglie le sfilate di moda, nelle quali il grande sarto Paolo Modolo, del vicino paese di Orani,  presenta i propri modelli, indossati da giavani donne e da giovani uomini, che incedono sulla passerella, orgogliosi nei loro abiti in velluto e di antica, inconfondibile foggia, imitati da personaggi del mondo della politica, della cultura, del giornalismo, dello sport, e dello spettacolo, come Vittorio Sgarbi, Giuliano Ferrara, Francesco Cossiga, Sergio D’Antoni, Roberto Muzzi, Piero Pelù e tanti altri manager e professionisti, che non hanno saputo resistere al fascino di questo stile.

Olzai è stata oltraggiata e ferita, ma la gente di questo paese respinge sdegnosamente la logica degli “unabomber”. L’antico mulino verrà ristrutturato, “Cortes Apertas” continuerà ad essere organizzata e promossa, la vita e il progresso civile non possono venire fermati in alcun modo dall’oscurantismo retrivo di una manica di idioti senza futuro, nei confronti dei quali un gruppo di anziani esprime una condanna totale e che vengono definiti come persone che “sun in su mundu ha v’es locu” (sono al mondo solo perché c’è posto). Li definiscono “ballalois”, individui insignificanti e vuoti, che solo lo stesso paese può “curare”. “Husta hosas nassini in domo e in domo las depimus hurare”.
Anche questa è Sardegna.
 
 
 

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10 Febbraio 2007

Foibe!

 

Il 10 febbraio è il "Giorno del ricordo", al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati. 
Le foibe devono il loro sinistro significato all’uso che ne fecero i partigiani jugoslavi durante e dopo la II guerra mondiale. Erano fosse comuni per esecuzioni sommarie collettive, in gran parte di italiani. Talvolta le vittime venivano fucilate subito dopo l’arresto. Altre volte venivano prima smistate ai campi di prigionia, dove giacevano in condizioni disumane: frustati, bastonati, denutriti, spesso costretti a picchiarsi fra loro per un pezzo di pane e per il divertimento dei loro sequestratori, i prigionieri venivano solitamente uccisi a coppie, legati sull’orlo della foiba e falciati con la mitragliatrice.
Visualizziamolo, questo filmato. Può darsi che le immagini abbiano la forza di farci riflettere. Per sapere. Per tentare di capire. Per non dimenticare. Perchè tutto non si ripeta. Mai più.
http://www.youtube.com/watch?v=t3j8M3qQVFg
Ma perchè è accaduto tutto questo? Tutto ciò che è accaduto con le Foibe è stato determinato solo dall’ideologia comunista? Nel giorno della memoria non può essere dimenticata anche un’altra parte di memoria storica, il cui ricordo può essere, invece, utile a far comprendere un orrore che non è stato solo quello subito dagli italiani, ma che, in precedenza, aveva colpito anche gli stessi Jugoslavi. A questo proposito riporto l’intervento del senatore  Gianfranco Pagliarulo (Ufficio stampa Roma,11 marzo 2004),  sul disegno di legge relativo alla giornata del ricordo delle vittime delle foibe, legge, fra l’altro, già in precedenza  approvata alla Camera anche col voto favorevole della grande maggioranza dell’opposizione.
Secondo il senatore Pagliarulo la legge  parlava di memoria, ma, allo stesso tempo cancellava la memoria. Registrava un evento senza un prima e un dopo e riduceva il dove, ignorando tutto il resto di ciò che, in precedenza, era avvenuto in quei territori e perciò non contribuiva a dare una spiegazione dell’accaduto quando si affermava che le foibe erano state determinate "dall’ideologia comunista”
Ecco il testo integrale di quell’intervento dell’11 marzo del 2004..
"Le foibe sono state fenomeno gravissimo, ma non possono essere dimenticati i precedenti e le cause. Ricordo l’invasione della Jugoslavia da parte del regio esercito col rastrellamento del villaggio di Kragulevac e con la fucilazione di 2300 persone. Nella zona occupata dalla Slovenia si stimano in 4000 gli ostaggi fucilati, 903 furono torturati e arsi vivi, 7000 i deportati; all’isola di Arbe, "l’isola della morte" ci furono 1500 vittime". "Fu il generale Mario Robotti, comandante dell’XI corpo d’armata nel ‘42, ” prosegue nel suo intervento il senatore Pagliarulo, ”a internare tutti gli sloveni mettendo al loro posto gli italiani. Fu il generale Umberto Fabbri, sempre nel ‘42 a ordinare la fucilazione di centinaia di croati e sloveni. Fu il generale Gastone Gambara ad affermare testualmente "logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato uguale individuo che sta tranquillo". Fu il Tribunale militare di guerra insediato a Lubiana a decretare la pena di morte per 28 abitanti di Borovnika; il plotone di esecuzione era composto da elementi dell’VIII battaglione M. “M” come Mussolini". "La Commissione bilaterale italo-slovena - ha aggiunto Pagliarulo - afferma giustamente che il fascismo cercò di snazionalizzare le minoranze slovene e croate presenti nella Venezia Giulia e aggiunge un severo giudizio sulle violenze compiute dopo l’8 settembre dagli jugoslavi contro gli italiani. Insomma, tutto quello che era avvenuto prima determinò in quei territori un fortissimo sentimento anti italiano".
 

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31 Gennaio 2007

IN CENERE I SAPORI DELLA MEMORIA.

 

 

Ma come si arriva ad Olzai? Naturalmente la prima cosa da fare è riuscire a raggiungere la Sardegna. Poi, una volta qui, le alternative sono diverse, anche se, a prima vista, sembrerebbe un paese isolato dal mondo.
Volendo evitare fastidiosi imprevisti la soluzione più semplice è quella di percorrere la 131bis o 131/DCN, che avremo l’accortezza di abbandonare al bivio per Ottana. Dopo aver costeggiato la cattedrale romanica di San Nicola, costruita nel XII secolo, la nostra rotta sarà quella per Sarule e, dopo pochi chilometri, una ulteriore deviazione ci condurrà felicemente ad Olzai. Un poco prima di arrivare ad Ottana, e sempre sulla 131/DCN, c’è la possibilità di immettersi in un’altra deviazione, che raggiunge Olzai  dopo 15 km. non proprio scorrevoli. Se, invece, preferiamo un percorso più suggestivo la soluzione migliore è quella di immettersi sulla Sarule-Gavoi. In paese ci si può arrivare anche dalla zona di Teti, attraverso qualche decina di chilometri di strada tortuosa ma paesaggisticamente interessante. Non basta. Potremo raggiungere Olzai anche partendo da Ovodda e percorrendo una panoramica serpentina a saliscendi che costeggia parte del lago Chucchinadorza e il fiume Taloro. Un buon GPS installato sulla propria auto, renderà tuttavia molto meno problematico il nostro viaggio.
Ci troviamo nella Barbagia di Ollolai e il nostro paese apparteneva all’antico Ducato di Mandas, insieme ai comuni di Fonni, Gavoi, Lodine, Mamoiada, Ollolai e Ovodda.
Questo piccolo comune, a 474 metri sul livello del mare, si estende per 69,85 Kmq., con una popolazione residente di 1010 abitanti. Il paese è circondato da numerosi rilievi, tutti ricoperti di folti e rigogliosi boschi di lecci.

Il centro storico di Olzai, che si è andato sviluppando lungo le rive del Rio Risine, mantiene integre le sue antiche caratteristiche. I vicoli sono lastricati e fiancheggiati da piccole costruzioni edificate in granito. Un interessante esempio di architettura rurale è rappresentato dalla casa-museo ereditata dalla famiglia del grande artista sardo Carmelo Floris, dopo essere appartenuta a Don Sebastiano Melis, detto "Su Fidecummissu", uno degli ultimi "hidalgos" di Sardegna, e ai suoi discendenti, i due nipoti Don Agostino Satta e sua sorella Donna Filomena. Nel territorio del comune di Olzai è possibile, fra l’altro, visitare diversi reperti di antiche civiltà, come  il menhir di “Lochilo”, il dolmen “S’Ena ‘e sa Vacca”, i nuraghi “Su Puddu”, “Andria Mula”, “Oritti” e “Portoni”, la tomba di giganti di “Su Puddu” chiamata anche “Su Monumentu” e le affascinanti rovine del castello medievale di Monte Gulana.
Ma perché abbiamo scelto di arrivare fin qui?
 

Bene. Il nostro obiettivo è rappresentato dalla presenza in paese di un antico mulino ad acqua risalente al 1800, “ Su Mulinu Vezzu “, imponente struttura in granito, vero e proprio gioiello di archeologia industriale, unico in Sardegna, riportato allo splendore antico da un recente restauro, e depositario della memoria storica di Olzai.
Anticamente questo mulino, che si trovava sulla via della transumanza dei pastori e delle loro greggi fra Barbagia e Campidano,  insieme ad altre sette strutture minori, rappresentava il volano dell’economia di questo piccolo territorio, che basava la propria ricchezza sulla coltivazione del grano e sulla presenza abbondante dell’acqua, necessaria per attivare la rotazione delle pesanti macine in pietra.
È per visitare questa meraviglia che noi siamo arrivati fin qui. Ma, purtroppo, almeno per questa volta, ci sarà impossibile realizzare il nostro desiderio. Impossibile perché anche noi, qui in Sardegna, non ci facciamo mancare davvero nulla. Nemmeno il nostro “unabomber”, casereccio, ma micidiale, il quale, prima che venisse tagliato il nastro di “Cortes Apertas” 2006 (1-2-3 dicembre), ha mandato a fuoco il mulino e, col mulino, l’intera storia di Olzai.

 

Come se l’evento gli rovinasse la vita, come a voler impedire la soddisfazione e la felicità della gente per la propria festa, per la festa di tanti “forestieri” che l’avrebbero ammirata e che ne avrebbero goduto. Come se volesse evitare che “forestieri” estranei gli “invadessero” il paese, “appropriandosi” di qualcosa che non avrebbe, invece, dovuto mai riguardarli. Una sorta di autolesionismo teppistico, cieco e ingiustificabile, in tutta la sua irrazionale, insensibile esibizione patologica di stupidità e di ignoranza.

 

Chi è, o chi sono i responsabili? Forse a dare fastidio è la cultura, quella cultura che Olzai è sempre stata capace di esprimere, perché, aldilà delle fiamme, questo piccolo, grande paese della Barbagia è ben altro. E ne paleremo. Ma anche questa, speriamo almeno solo per oggi, è Sardegna.
 

Foto tratte da http://www.paradisola.it

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30 Gennaio 2007

I sapori come metafora della vita.

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Quanti sapori ha la vita, e quanti sono i sapori che ciascuno di noi riesce davvero a gustare e quanti sono quelli del cui piacere invece purtroppo ci priviamo per delle sciocche idiosincrasie o per dei banalissimi preconcetti. Quanti sono e quali sono questi sapori, che alcuni di noi percepiscono come gradevoli e che  altri invece, invece respingono come sgraditi? Certo il dolce, il salato,il piccante e l’amaro. Il sapore della pelle della persona che amiamo, il sapore stesso dell’amore. Sapore di salee sapore di mare, come dice una bellissima canzone di Gino Paoli, il sapore delle stagioni, il sapore di quante cose! Il sapore stesso della vita. Quello della nostra vita e quello delle persone che amiamo. Quando penso ai sapori penso come a una straordinaria metafora, come a una vera e propria meravigliosa, anche se spesso drammatica e sconvolgente metafora della vita stessa. La danza, e il tango argentino in particolare, il cibo e il vino, il viaggio e il cammino, il fiume e la stessa acqua richiama la metafora della vita che ritorna come sorgente di benessere e di sopravvivenza, e del defluire delle cose. La festa e, in particolare, il Carnevale, splendida metafora della vita che si rinnova dopo il letargo invernale e che permette di tradurre la realtà in fantasia. Sono una metafora della vita, lo sport, la politica, la fede e l’impegno personale nel sociale, da parte di uomini e donne di tutti i paesi del mondo, persone che scelgono di dedicare la propria esistenza agli emarginati e agli oppressi. Ma è la vita stessa la più significativa e la più esaltante di tutte le possibili metafore. E se tante sono le cose che possiamo considerare come metafore della vita, altrettante sono le cose che, in quanto metafora della vita, le conferiscono gusto e  sapore. Sapori che finiscono con il diventare essi stessi metafora, metafora della vita! Pensiamoci bene. Cosa può dare più gusto alla vita del ballare con una bellissima donna un appassionato, passionale tango argentino? Cosa può dare più gusto alla vita del cibo e del vino, del vivere un momento di festa o una notte d’amore? E quanto e quale sapore possono dare alla vita una vittoria o una sconfitta, il dedicare la propria vita a chi soffre, oppure leggere un buon libro, ascoltare della buona musica o godersi un bel film, avvicinandosi con attenzione e con amore alle opere della cultura e dell’arte? Ma quanto gusto perderebbe tutt’a un tratto  la vita, se tutti noi perdessimo all’improvviso la capacità del ricordo, della rimembranza, della memoria!
 


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20 Gennaio 2007

I segreti di Brokeback Mountain.

 

Quello di  Ang Lee è un modo di proporre un cinema che vive sempre e da sempre sul filo dell’ambiguità sessuale, ma anche sulla ricerca e sull’accettazione del proprio io. Ho avuto modo di godermi la visione di “Brokeback Mountain", un “mondo” d’immagini lontanissimo da quello di Sergio Leone e John Ford. Il film si è liberamente ispirato a una storia del Premio Pulitzer Annie Proulx.

Nel 1963 nello Wyoming Jack ed Ennis, due giovani mandriani, s’incontrano per svolgere un lavoro che viene affidato loro nei pressi della Brokeback Mountain. Dovranno portare al pascolo un gregge trascorrendo nella solitudine dell’ altura un’intera stagione. Il loro rapporto è caratterizzato da  un crescendo di sensazioni, di emozioni e di sentimenti che li conduce fatalmente a un reciproco innamoramento. Terminato il lavoro le loro strade si dividono e sia l’uno che l’altro cercano e trovano rifugio in una tradizionale normalità.

I giudizi sul film sono contrastanti, a dispetto del Leone d’oro a Venezia 2005, di ben cinque Golden Globe e prossimo agli Oscar. C’è chi ha  parlato di una soap strappalacrime, con trionfo finale di buoni sentimenti, con scene di sesso imbarazzanti, però mai volgari e uno spreco di romanticismo.

C’è chi lo definisce privo di retorica e mette in evidenza come il film venga impreziosito dal potente e trascinante simbolismo di Ang Lee. 

La fotografia è straordinaria e gli splendidi paesaggi naturali non sono meno splendidi di quanto riescano ad esserlo i protagonisti. Heath Ledger, Jake Gyllenhaal e Michelle Williams sono unici e impareggiabili. Una struggente colonna sonora creata da Gustavo Santaolalla e l’impeccabile regia ne hanno fatto parlare come di una pietra miliare del cinema,  sia da parte del NYTime, che della rivista RollingStone.

Probabilmente gli “omofobi” non andranno a vederlo, ma sarà una scelta sbagliata.

Chi di noi può indicare con sicurezza qual è stato il momento migliore della propria vita? A Jake questo è possibile e per lui, a distanza di vent’anni, il momento più bello della propria vita risale a quella lontana estate del 1963. È una storia che non ci abbandona alla conclusione del film, ma che a lungo continua ad agitarsi nel nostro intimo, che ci rattrista e ci strazia, facendoci riflettere profondamente su cosa significhino la vita e l’amore. Forse ciascuno di noi, nel proprio immaginario va proprio alla ricerca della sua Brokeback Mountain, come a quella di uno stato mentale in cui si possa vivere senza essere vittima di alcuna inibizione e, soprattutto, dove aver la possibilità di trovare un amore che duri tutta una vita, attenti a non lasciarselo banalmente sfuggire di mano perché se non si possiede l’amore non si possiede nulla.

Potete ascoltare la colonna sonora del film in questo link cliccando su "ENTRA NEL SITO"
http://www.bimfilm.com/isegretidibrokebackmountain/

 

 

 

 

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16 Gennaio 2007

Poche parole in ricordo di Luigi Veronelli.

Sento che di Luigi Veronelli io non potrei fare a meno di parlarne. Per antica, sia pure lontana amicizia, purtroppo non accompagnata da un minimo di frequentazione. Troppo distanti le nostre realtà ed io inchiodato a questa terra, impossibile per chi ha la fantasia e le capacità di fare, ma gli mancano le “chiavi” per varcare le porte di certi mondi. Eppure io di Veronelli io ne vorrei davvero parlare. Anche se non so ancora come trovare parole che non siano già state dette, che non siano ripetitive e banali, che non sembrino parole d’occasione, inutilmente celebrative di qualcuno che la vita ha già abbondantemente celebrato e che tanti, più importanti di me, e già prima di me, hanno provveduto a ricordare dopo la sua morte. Chi per dovere, chi per necessità, chi per convinzione, chi perché gli era amico davvero e aveva avuto modo di condividere con lui i periodi più belli della sua vita. Ed anche i peggiori, quando incominciarono a metterlo, ingiustamente ed erroneamente, da parte per lasciare il posto a persone forse giornalisticamente preparate, ma che, a sentirle scrivere e parlare esprimono alle mie orecchie, ma, soprattutto al mio cuore,  molta meno “cultura” e molto meno “umanità”. Paolo Ziliani, nel suo blog “Vino al vino: cronache gastronomiche… Da leccarsi i baffi” parla di un Veronelli  primo e secondo, grandissimo con le sue guide garzantiane, ma considera l’ultimo, solo un epigono del Gino migliore. Ma, caro Ziliani, a quell’età e con quei mali che Veronelli aveva, è proprio certo che anche altri oggi in auge non potrebbero diventare  anche loro, domani, a quell’età epigoni di se stessi? Personalmente non sono, comunque, convinto che lo fosse. A 78 anni aveva nel cassetto un romanzo giallo e una miniera di idee per difendere la qualita’. Ma questo, certo, non è sufficiente perchè alcuni non sappiano resistere all’idea di dargli comunque dell’epigono. Per tentare di parlarne forse dovrei iniziare con alcuni cenni biografici, i soliti cenni biografici ai quali si fa riferimento parlando di qualcuno che non c’è più. Nato a Milano nel 1926, Luigi Veronelli è stato un maestro della cultura enograstronomica……….bla…..bla….bla….Ma chi può essere interessato a leggere una biografia di Veronelli? Chi non  conosce la sua vita? Chi non lo ha conosciuto, in vita? Difficile non ripetersi. Difficile non citare altri. In gioventù fu assistente del filosofo Giovanni Emanuele Bariè (con cui pubblica la rivista Il Pensiero) e collaboratore di Lelio Basso (edita I problemi del socialismo). È stato amico di Luigi Carnacina (con cui ha redatto testi importanti come “La grande cucina”, “Mangiare e bere all’italiana”, “La cucina rustica regionale”), di Gianni Brera (con cui è autore di “La Pacciada”, un’espressione dialettale lombarda che racchiude un significato ben più ampio della mera traduzione letterale. La Pacciada è la mangiata, l’abbuffata. Una mangiata del Giovedì tra amici - come la definisce l’autore -, genuin, con sapori veri, magari non perfetti, e “piatti” non belli a vedersi,  masicuramente più gustosi, e capaci di donare la felicità più  di qualsiasi importante e fastoso banchetto. A bere un  vino magari sconosciuto e servito in bicchieri semplici, da contadino, con la pagnotta di pane misto o comune che poggia sopra un tavolo di legno non finto-vecchio, ma vecchio davvero e dove le apparenze inutili lasciano il posto ai sapori e ai luoghi della memoria), di Giangiacomo Feltrinelli (a cui fa pubblicare, imperdibili, “Mangiare da Re” di Nino Bergese e il suo “Alla ricerca dei cibi perduti”, ripubblicato da DeriveApprodi nel 2004), di Mario Soldati.
L’ultimo rogo della censura italiana fu celebrato quando lo condannarono a tre mesi di carcere per la pubblicazione di De Sade , nell’edizione di “Storielle, Racconti e Raccontini” 1957. Molte sono state le sue battaglie e  quelle più recenti a favore delle Denominazioni Comunali (le De.Co), dei giacimenti gastronomici, dell’autocertificazione, del prezzo sorgente e dell’olio d’oliva, condotte con la collaborazione di molti centri sociali autogestiti,   come anche  il progetto «Terra e libertà/Critical wine» al centro sociale Forte Prenestino. Tra i suoi libri  più recenti ricordo «Le parole della terra» con il pittore  Pablo Echaurren, «Viaggio in Italia per le città del vino», «Vietato Vietare» e «Breviario libertino».
Aveva aderito alla “Proposta di legge Battisti per la depenalizzazione dell’eutanasia”e, come Montanelli, aveva dichiarato di  considererarsi morto,  nel momento stesso in cui non avrebbe più potuto stare solo in un gabinetto. “Come lui”, diceva “ chiederò, esigerò l’eutanasia. È un’esemplificazione cruda, ma che rende bene il cammino parallelo tra l’ideazione e la fisicità. Vivere senza dignità è la pretesa - assurda e “satanica” - di estendere la morte.” “Io”, diceva ancora “ sono una quercia spinosa che ha dato buone ghiande. Svelo un segreto: in me hanno vissuto e vivono fascinose cocciniglie capaci di preparare tinture scarlatte. Robusto, resistente, alto, voglioso di produrre ghiande e di ospitare cocciniglie; nell’esatto momento della loro scomparsa - ghiande e cocciniglie - (calano, oh se calano) invoco d’essere tagliato. Le cocciniglie su un cadavere produrrebbero tinture cineree. Sarò invece descritto, sino al centunesimo - come la quercia di Tolstòj: “Sul margine della strada c’era una quercia. Probabilmente più vecchia delle betulle che formavano il bosco, era dieci volte più grossa e due volte più alta di ogni betulla”.
Addio, Gino carissimo.! Andandotene, ti sei portato via, senza saperlo, anche una piccola parte della mia vita.

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